Trattoria Moia
Questa è una storia genuina, una storia che si stende lieve ed elastica coma la sfoglia di un agnolotto e, al suo interno, contiene cose semplici e quasi povere, come l’arrosto avanzato o gli spinaci.
Basta apprezzare i buoni agnolotti, per apprezzare la storia. Ma se aveste una nonna, o una mamma, che viene dalle campagne tra Asti e Torino e che trattiene tra le rughe delle mani il sapere di mille anni di cucina di cascina, tutto diventerebbe più familiare e, improvvisamente, ad un tavolo della trattoria Moia di Tonengo, vi sembrerebbe di essere in un luogo che avete già frequentato, sentireste l’odore pungente della barbera dei bottiglioni e i profumi diffusi, ma distinguibili, di cucina buona.
Audino Rina e Audino Romana - di cui non è cavalleresco svelare l’età ma che, comunque, si avvicinano a quella età che si può dichiarare con orgoglio – sono l’anima della trattoria. Rina in sala. Romana in cucina. E così da tanti anni.
La storia inizia quando finisce la guerra e il padre delle sorelline Audino, Florindo, dopo tre anni di guerra, decise di abbandonare il lavoro in campagna per acquistare la licenza di un negozio di alimentari. “A me piaceva molto la vita da campagnin – dice Rina – ma il lavoro rendeva poco. Così mio papà ha comprato la casa dall’altra parte della strada e ha aperto un negozio di alimentari. Vendevamo pane e salame”.
Il negozio è davanti alla trattoria e ancora oggi vende pane e salame, insieme a poche altre cose, come la robiola di Cocconato e le acciughe nella latta grande. A loro non bisogna nemmeno chiederlo, ma quando le signore Audino dicono vendere intendono preparare e poi vendere. Il negozio, in cui si fatica a scorgere i segni del passaggio del tempo, espone un pane scuro e saporito e tanti salami appesi al soffitto che profumano l’aria: sono gli stessi che, dall’altra parte della strada, compongono gli antipasti misti della trattoria.
La trattoria è più recente: “alla fine degli anni sessanta l’unica trattoria del paese aveva chiuso. Il sindaco e il prete, allora, hanno insistito molto perché aprissimo un nuovo posto dove mangiare”. Così, la Chiesa e lo Stato si impegnarono a risolvere il problema della buona cucina a Tonengo: alla fine la parrocchia cedette parte del proprio terreno agli Audino che costruirono la trattoria e il comune diede la licenza. La trattoria è la stessa di allora e nulla sembra essersi modificato, nemmeno il bancone all’ingresso, che adesso sembra vintage, o il gioco meccanico che distribuisce cicles in palline ai bambini. Verrebbe da metterci dentro 50 lire.
Non furono anni facili. “Avevamo da pagare i debiti e lavoravamo tutto il giorno. Mio padre non aveva voluto vendere la nostra cascina, la Moia, perché diceva che se tutto fosse andato male avremmo sempre potuto tornare a lavorare la terra. Ancora adesso, anche se qualcuno della famiglia suggerisce di vendere, preferisco tenere la Moia. Non si sa mai, sono tanti i ristoranti che falliscono”.
E sì, il tema dei ristoranti, anche famosi, che sparecchiano per sempre è molto attuale: “bisogna essere onesti, nessuno di noi è diventato signore. Certi discorsi, se hai un ristorante come il nostro, non bisogna nemmeno farli perché nei ristoranti bisogna lavorare. Non basta aprire tre ore a mezzogiorno e tre ora alla sera: la roba, oltre che essere servita, deve essere preparata. Noi siamo sempre qui, e il riposino lo facciamo appoggiando la testa sul tavolo”.
Eppure ormai le sorelline, che sono aiutate dai figli Roberto in cucina e Laura in sala, dovrebbero avere acquisito un certo metodo e una certa manualità nel preparare le loro specialità: “da quarant’anni serviamo poche cose, quello che siamo capaci”, dice Rina con un dolce piemontesismo.
Quello che sono capaci, sono i salami, i tajarin, il fritto misto e il bollito, la torta nera di mele, che cuoce lentamente in forno, e la torta croccante di nocciole. “La torta nera è quella con il cacao e le mele e cuoce a lungo nel forno a legna. Il bollito, invece, abbiamo iniziato a servirlo quando abbiamo aperto, ma poi, per un certo periodo nessuno lo chiedeva più. Adesso sono in tanti che lo vogliono di nuovo, tanti giovani soprattutto. E noi siamo contente”. E poi gli agnolotti che hanno una ricetta normale, tre uova per chilo di farina, spinaci e arrosto, metà di maiale, metà di vitello, e sono il nocciolo di una cucina dimessa, che non ha la grandeur delle paste farcite delle gastronomie e nemmeno le malizie di certe osterie di langa che hanno fatto dell’agnolotto un richiamo per buongustai e turisti del cibo.
L’agnolotto così, tagliato con la rotella, scolato appena pochi secondi dopo il tempo di cottura perfetto, e quindi un po’ scotto, come si mangia da certe nonne o da certe mamme, servito in piatti fondi, bianchi, rotondi, in piatti normali, non è richiamo né vessillo né marketing del territorio, né altro. Un agnolotto è un agnolotto è un agnolotto. Dimostra, al massimo, l’ingenuità di una cucina e la genuinità della storia.
E voi, cosa ne pensate?
Cavallito & Lamacchia www.cavallitoelamacchia.com
Dati ristorante Trattoria Moia Via Cocconato, 5 Tonengo d’Asti. Tel. 0141 908132
Località Tonengo d'Asti (Asti)
Tipologia Trattoria
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