Pinguino
Lo mangiamo da più di un secolo e quasi non ci facciamo più caso. Poi succede che un locale di Milano riscopre il Pinguino e lo lancia con un accurato progetto di marketing, quasi come una novità, un’operazione di nostalgia gastronomica per palati che non sanno l’alfabeto del gelato.Anima svenevole di crema, in guanto crostaceo di cioccolato. Elementare nei gusti e geniale nella forma. Oggi non ci si riesce più a stupire dello stecchetto di legno e dell’equilibrio del gelato, ma nell’anno di nascita del pinguino, milleottocentottantatre circa, l’idea del gelato da passeggio, che ora è stampata sui cartelli di latta davanti ai bar e nelle menti di tutti, era rivoluzionaria e anticipava altre rivoluzioni.Il padre del pinguino, e quindi il nonno, certamente inconsapevole e incolpevole, di altri e meno riusciti cloni, dal dignitoso mottarello all’esagerato magnum, per tacere del ambiguo, forse ammiccante, stecco ducale, è stato Domenico Pepino, il cui nome è noto a molti degli amanti del gelato.Pepino, gelataio napoletano a Torino, ha regalato alla città l’onore di una paternità gastronomica d’eccellenza e, nel frattempo, sul gelato ha costruito la sua fortuna. Che vada pure, allora, ondeggiando alla conquista del mondo, il pinguino. Ma ovunque sia, fratelli golosi, ricordiamo che il pinguino è nostro, che il pinguino siamo noi.
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