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Grissini
Piazza Savoia è una piazza affollata: ci sono un obelisco, un locale da aperitivi che gli fa il verso, una pizzeria che non è tra le nostre preferite, un negozio di bicchieri con affascinanti vetrine di calici, decanter e tirabusun. Proprio in questo negozio, diversi anni fa, Pier Giuseppe Menietti, il titolare, ci raccontò delle forme ideali per contenere i grandi rossi ma anche dei tunnel sotto la città di Torino, dell’assedio francese del 1706 e della scatola della memoria nascosta al momento dell’inaugurazione sotto l’obelisco dell’allora piazza Paesana. “Abolito da legge 9 aprile MDCCL il Foro Ecclesiastico popolo e municipii questo monumento posero”. Questo è ciò che è scritto sul lato sud del basamento dell’obelisco e dà conto di come il monumento venne eretto, a seguito di una sottoscrizione promossa dalla Gazzetta del Popolo, proprio per celebrare la legge Siccardi che limitava i privilegi ecclesiastici. Ma come al solito, quando cominciamo a parlare di storia, troviamo sempre qualche scappatoia verso le cucine. Secondo Menietti, che raccoglie le sue osservazioni nel volume L’obelisco di Piazza Savia, un monumento dell’ottocento torinese (ed. Vento del Piemonte) alla base dell’obelisco, il 17 giugno 1852, alcuni membri della commissione per l’erezione del monumento deposero nello scavo una scatola di latta che conteneva, insieme all’elenco dei sottoscrittori del monumento, a una copia delle leggi siccardiane, ai numeri della Gazzetta del Popolo e a qualche moneta, anche quello che qui ci interessa, cioè semi di frumento e di riso, una bottiglia di “vino ordinario del paese” e “quattro pezzi di pane grissino”. Questo per dire che già a metà dell’ottocento, il grissino era qualcosa di importante, se non proprio da meritare un monumento tutto suo, e non disperdiamo le parole per le forme dell’obelisco che certo ricordano quelle di un grissino, almeno da essere considerato alimento bene augurante, da conservare a futura memoria, in attesa di scatole di tonno così tenero da tagliarsi con un obelisco. Il grissino ha una data di nascita. Incerta. La leggenda vuole che sia nato come una medicina per il duca Vittorio Amedeo II, uno che avrebbe fatto dire a Luigi XIV, con una certa lungimiranza, “i Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l'hanno iniziata”.Era l’anno 1675 e il giovane duca era piuttosto malato e debilitato da disturbi intestinali. Per curarlo, le provarono tutte, finanche l’esposizione della Sindone, ma la soluzione riposava nel forno di corte. Il medico personale Don Baldo Pecchi e il fornaio Antonio Brunero, entrambi originari di Lanzo, individuarono la causa e trovarono la cura. Il primo scoprì che la malattia ducale dipendeva da un pane malsano, poco cotto e poco lievitato, il secondo, prese un pezzo di ghersa dalla forma allungata e la stirò con il movimento delle mani e la trazione delle braccia, ricavandone un pane croccante, privo di mollica, ben lievitato e bis-cotto. Il Duca guarì, si affezionò all’alimento e spesso fu visto cavalcare verso la sua residenza di caccia alla Reggia di Venaria con una cesta di grissini in sella. Qui la storia deborda verso il sovrannaturale perché c’è chi sostiene che lo spettro di Vittorio Amedeo II ancora oggi si aggiri tra le stanze della Reggia conducendo, con una mano, il cavallo e brandendo, nell’altra, un grissino incandescente. Il Grissino, vera star sabauda: Carlo Felice di Savoia ne sgranocchiava a manciate assiso sul palco regale del Regio, e la principessa Felicita si fece addirittura ritrarre da un pittore di corte con un grissino in mano, come lo volesse accreditare a membro della famiglia. Da allora, quasi favolescamente, fu soprannominata la “principessa del grissino”. E nonostante questa forma del pane abbia attraversato i confini e solleticato gli appetiti dei potenti di tutta Europa, tanto che persino Luigi XIV tentò di imitare il “petit baton de Turin”, ci piace concludere con le parole di uno che capiva di cibo popolare. Mario Soldati, nel Viaggio Sentimentale lungo il Po, osservava che “pur essendo rifatto dappertutto in Italia e nel mondo, non può essere esportato perché, anche soltanto a cinquanta chilometri da Torino, non è più lui. Il tocco leggero e naturale dei fornai torinesi, gli unici in grado di posare la pasta sulla teglia un attimo prima che si rompa, e l' acqua di montagna che affluisce a Torino sono indicati senza alcun dubbio a fondamento dell' indiscussa superiorità del grissino autoctono”. Con buona pace del Re Sole. Ora come allora, potrete cercare il gusto della storia. Tra i panifici, lo storico “Bersano” di via Barbaroux e l’ottimo Perino, di via Monte di Pietà.Cavallito & Lamacchiawww.cavallitoelamacchia.com
Località Torino (Torino)
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