Salone del calcio 1998
E’ nato il Salone del Calcio e del Merchandising. Felicitazioni. Soprattutto per quelli che vivono come il protagonista di “Febbre a 90°”, cioè regolando i ritmi della propria esistenza su quelli della squadra del cuore. Insomma, per quelli che, come suggerisce la pubblicità Coca Cola, “mangiano calcio, respirano calcio” e si sa quello che bevono. A proposito, due sono gli spettri che viziano l’aria di festa del neonato salone.Uno è l’ombra del doping che, come un male di cui non si può dire il nome, è rimasto intrappolato in una breve battuta di Ormezzano durante la conferenza di apertura e tra le pareti trasparenti e concave della Bolla di vetro, dove si è tenuta la riunione a porte chiuse della Confederazione Italiana dello Sport con la presenza dell’avvocato Campana. Le vergogne, se ci sono, si discutono in famiglia.L’altro spettro, che incombe in maniera tanto sfacciata da passare quasi inosservato, come quando si esita alla domanda “ di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, è il ruolo soffocante delle multinazionali nel mercato del merchandising. Due giovani manager della Nike, con linguaggio bocconiano ma lucida sintesi, hanno messo a nudo gli ingranaggi della strategia di marketing che ti costringe a comprare un paio di scarpe da cosmonauta dopo aver visto segnare il Brasile. Tutto è compiuto, non c’è via d’uscita, se non quella stretta della cassa, perché ogni negozio è pensato, ogni commesso istruito, ogni particolare studiato per riprodurre, in maniera subliminale, le emozioni intense di una impresa sportiva. Già adesso circa la metà delle decisioni di acquisto matura all’interno del negozio; Mr. Nike si sfrega le mani nell’attesa del momento in cui l’efficacia del “convincimento interno” raggiungerà i picchi di quello esterno, vale a dire della pubblicità. Già, la pubblicità. Anche lei si è adeguata al mondo del pallone dove non si vince sempre e si fatica a pareggiare, perché per ogni gol di Zidane in una finale mondiale ci sono mille pali di Dorigo in uno spareggio maledetto. Così “Just do it” è finito nel cestino, sostituito dalle espressioni umane degli Dei del pallone che giocano sulla spiaggia e prendono il palo. A parte che, come ha detto Ormezzano, se palleggi sulla spiaggia di Copacabana, come minimo ti arrestano, il grande inganno è fare trasparire solo la dimensione umana del fenomeno, come se la Juventus o l’Inter fossero mosse dallo stesso spirito della squadra del cortile. Come ha suggerito il Professor Lanfranchi dell’Università di Leicester, invece, “business is business”; nei bilanci delle grandi squadre la voce “spettatori paganti” ha un peso sempre minore, circa un terzo delle entrate, rispetto ai diritti televisivi e agli introiti del merchandising.Il salone, che apre oggi le porte ai simpatizzanti e agli ultras, vende il mondo colorato della curva, anzi l’arcobaleno di ogni stadio d’Italia. Non ci sono tutte le squadre ma, quelle presenti propongono, oltre al solito campionario di sciarpe e gagliardetti, persino la terza maglia da trasferta o l’orribile phon del vero tifoso. Lo stand più grande, nemmeno a dirlo, è quello della Juventus-Robe di Kappa, il più fornito, quello del Napoli con ben centodiciassette articoli griffati. Resta da vedere come reagiranno tifosi che per tutto il campionato sono divisi da cordoni di polizia, a trovarsi separati solo da qualche pacifica standista in minigonna. L’offerta di prodotti è varia ma sicuramente ancora lontana dai negozi inglesi che soddisfano il feticismo dei tifosi, vendendo loro, ma anche alle loro mamme e alle loro mogli, lenzuola del Manchester o scovolini dell’Everton.In un paese in cui si è realizzato il sogno di ogni esperto di marketing, la pietra filosofale della pubblicità, cioè l’unione tra il calciatore e la cantante, Bekham e la Spice Girl, c’è chi paga venti sterline per salutare il nonno sul tabellone luminoso o dichiararsi alla bella durante l’intervallo; quanti torinesi rinunceranno all’album del matrimonio al Valentino per posare felici tra Dimas e Juliano al Delle Alpi?Questo è il Salone del Calcio ma, soprattutto del Merchandising che tutte le spiegazioni colte ed economiche non ci hanno convinto a pensare diverso da questo, un aspirapolvere che cattura l’aria densa e frizzante che si respira in uno stadio e te la rivende, doping di emozioni, insieme alle scarpe in un negozio convenzionato. Ricordi. Come chi, nell’autunno torinese, accosta una conchiglia all’orecchio e ascolta il rumore del mare.
|
|
| |
|
|
|