Chicca e Tosta entrano in carcere
Che bel pacchetto sicurezza. In confezione da cinque, cinque bottiglie di birra, cinque etichette prodotte e confezionate nel carcere di Saluzzo. Lavorano insieme al progetto e alle pale di brassage, quelli di Pausa Cafè, già noti per tostare caffè di Huehuetenango e produrre le sbarrette di cioccolato nella Casa circondariale delle Vallette, e i loro colleghi detenuti a Saluzzo.
Giovedì 7 maggio, alla presenza della Presidente Bresso, del direttore del carcere e di altri rappresentanti istituzionali, è stato presentato il progetto che ci sembra ammirevole da qualsiasi parte si ruoti la bottiglia.
Perché se si guarda alla fase quasi finale, quella della preparazione, si percepisce l’utilità, anzi la necessità, del lavoro dentro alle carceri.
Non solo per restituire dignità alla permanenza e spezzare il senso di inutile sala d’attesa che ogni prigione conserva, ma anche per educare, come è scritto nei manuali di diritto costituzionale, e insegnare un mestiere da portare fuori.
Detto così, sembra una banalità, ma le esperienze del caffé e del cioccolato a Torino hanno numeri significativi e concreti da incartare con i drageé di huehuetenango. E se guardiamo all’inizio della filiera, scopriamo il rapporto con il territorio, con l’acqua e le materie prime dei contadini saluzzesi, ma anche con i prodotti dei contadini del sud del mondo, a partire dal caffè e dal cacao, utilizzati per la Chicca e per la Tosta, sino alla tapioca, all’amaranto, alla quinoa e al riso basmati, utilizzati per caratterizzare le altre produzioni, dalla Taquamari, alla P.i.l.s. alla “Dui e mes”, leggera e beverina per i pomeriggi di primavera.
E così, tra il sud del mondo e le nostre carceri, siamo già finiti con il naso dentro al bicchiere, per apprezzare la qualità di queste birre (in vendita a Eataly) e la purezza del modello.