Barolo e jazz a Monforte
Barolo e jazz. Non potrà mai sembrare un baccanale, questo incontro di note e vino importanti, ma un esercizio di piacere per le orecchie e per il palato. Giovedì sera, a Monforte, si chiude la rassegna Monfortinjazz, giunta ormai alla ventesima edizione, con la performance di Enrico Rava, forse il jazzista italiano più noto a livello internazionale, e la sua big band.Per salutare gli spettatori di una manifestazione che ha visto sul palco anche Francesco Cafiso, Vinicio Capossela e Paolo Conte, dopo il concerto i produttori vitivinicoli del paese offriranno in degustazione il Barolo delle annate 2001 e 2002.Così si realizza, ad un livello alto, l’incontro naturale tra la musica e il vino, il raffronto di pregio alchemico tra l’arte di fare musica e il mestiere di produrre vino. E’ d’altra parte è proprio il luogo in cui avviene l’incontro, l’auditorium Horszowski, a suggerire una piacevole confusione tra i ruoli. Da che parte guarderete, una volta seduti nel piccolo anfiteatro quasi naturale che domina Monforte? Verso il palco o verso le colline? Noi suggeriamo di non perdersi niente dello spettacolo, di spostare gli occhi tra il centro della scena e l’orizzonte suggestivo delle colline di langa , verso la tromba e verso la vigna, per godere del lavoro di artisti e contadini.I protagonisti della serata sono nomi importanti. Insieme a Rava, saliranno sul palco Andrea Pozza, al pianoforte; Gianluca Putrella al trombone; Rosario Bonaccorso al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Poi, Elio Grasso, Domenico Clerico, Conterno Fantino e tutti gli altri ai Baroli. Forse usiamo termini inappropriati, ma ci sembra una bella jam session. Questo è il pretesto, ma poi sarà bello passeggiare per il paese e per la campagna, perché le colline tracciate dal disegno parallelo e continuo delle vigne che, in alcune zone, addirittura quasi le soffocano, strappando terra al bosco per regalarla al grande business del vino, sono le colline che hanno visto passare le spedizioni napoleoniche ma anche attecchire la malapianta dell’eresia. La storia di Monforte appare indissolubilmente legata alla storia di una eresia proto-catara che indusse l’Arcivescovo di Milano, nella prima metà dell’undicesimo secolo, a predisporre una spedizione per cingere d’assedio Monforte e catturare, secondo la definizione di un cronista dell’epoca, quella "banda di diavoli vestiti di nero" che, pur di non rinnegare la propria fede, morirono bruciati su un rogo milanese. Tra questi cocciuti martiri monfortini, anche la contessa Berta, nobile del borgo. Oggi, un sentiero che si snoda lungo le strade dell’eresia passa tra gli edifici di origine medioevale nel cuore del paese e lambisce il ghetto ebraico, poco più che un gruppo di case riunite attorno ad un cortile lungo via Silvano, incontra l’edicola gentilizia del 700 per raggiungere la piazzetta della “Saracca”, dove si aprivano locande, botteghe, laboratori artigianali e si tenevano fiere e mercati. Su di essa incombe da secoli il palazzo che fu dei conti De Magistris. Ma, dopo questo itinerario storico non si può fare a meno di ricordare che questo luogo è soprattutto un luogo ricco, ricchissimo di cultura materiale, di saperi legati alla terra, al cibo e al vino che hanno prodotto dei risultati di una bontà gastronomicamente strabiliante. Allora, una visita all’Enoteca Osteria La Salita (via Marconi 2 a) dove esaltare la grande scelta di vini con buoni e semplici piatti della tradizione o al Barolo Bar (via Garibaldi n. 11) che serve a bicchiere molti dei vini dell’attigua Enoteca di Monforte. Tra i ristoranti, per rimanere in tema di eresia, l’Osteria Dei Catari (vicolo Solferino 4) ma soprattutto la Trattoria della Posta (Località Sant’Anna 87) che è stata la trattoria del paese per generazioni, situata com’era nella piazza dello sferisterio, ed ora ha fatto un salto di qualità e si è spostata in una bella villa appena qualche chilometro più in là. A proposito di pallone elastico, le cronache dalla pallapugno che per lo più, da queste parti, si tramandano in osteria, ricordano ancora la sfida tra i fratelli Rabino, di Perno, e Rizieri di Millesimo. I pochi che hanno avuto la fortuna di esserci e di poterlo ancora raccontare (era il 1927) vi potrebbero parlare di una sfida infinita che venne sospesa per quattro volte al tramonto, con le squadre stremate ed inchiodate su un perenne pareggio. Il quinto giorno vinse Rizieri ma i vecchi dicono che Stefano Rabino avesse volontariamente ceduto l'ultimo “gioco” per consentire alla gente della zona che assediava lo sferisterio di Monforte da cinque giorni, di tornare a lavorare nelle stalle e tra i filari. Storie di gente di Langa che non concedeva mai troppo tempo al piacere.
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