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Piola con avviamento secolare

Se fosse un’inserzione immobiliare, sarebbe: locale con avviamento secolare, nel cuore del quadrilatero romano, licenza per alcolici, no perditempo. Solo che il “Caffé Vini Emilio Ranzini” è proprio un posto da perditempo, sempre che il tempo seduti a tavola sia tempo perso e non, potremmo dire, investito, in piacere, in conversazione, in barbera, in chili.

Affari di acciughe al verde, transazioni di uova sode e dentro alle specialità della casa, così nude e vere da essere semplicemente panini, anche larghe fettone di storia, tagliata spessa come il salame.

Ci sono tante di quelle suggestioni, riflesse dal bancone ottocentesco di legno e ottone, specchiate in certi particolari fanè, che il tutto sembrerebbe studiato apposta. L’arredamento come i tre osti, impeccabili e distinti, galantuomini della mescita: il nonno con il grembiule azzurro, il padre con i baffi, il figlio con l’eredità difficile di non mollare la presa (e lo stile). Sembrerebbe fatto apposta, come se ci avesse messo il naso un architetto ruffiano, ma la vineria è nata prima dell’estro vintage delle nuove osterie, prima della riqualificazione del quadrilatero romano, prima della nobilitazione della cultura materiale di slow food, prima della rivoluzione di Veronelli.

La vineria, in realtà, è nata anche prima dell’Italia unita, cresciuta nel cuore della sua prima capitale, ma in un ventricolo disassato, socialmente lontano dal palazzo Carignano e dal Cambio di Cavour. E mentre Cavour pronunciava frasi celebri, fiocinava finanziera e guardava il Parlamento, qualcuno molto più simile a noi sedeva alla vineria Ranzini, in via Porta Palatina, in pieno periferico centro e ragionava del vino e del pane.

Anno di grazia 1848: o si fa l’Italia o si muore. Sino a quella data è riuscito a risalire Mario Ranzini: “ho trovato documenti che riportano un fatto di cronaca del 1848, ovvero un assassinio, commesso da un falegname che era un frequentatore abituale della piola dalle tende verdi. Questo, infatti, era il nome del locale che, nell’ottocento, produceva e vendeva vino”.

Non che le frequentazioni della piola fossero propriamente le stesse del Cambio: a parte il caso sporadico dell’assassino, ai tavoli del “Caffé – Vini” si sono succeduti, nei decenni, buona parte degli immigrati che hanno popolato il quartiere, la quasi totalità delle prostitute a cui la legge Merlin aveva chiuso la casa e qualche sparuto delinquentello di piccolo cabotaggio.

Ma anche professionisti, come avvocati provenienti dal vicino tribunale, o ancora scrittori (incompresi e non) e artisti, come Mario Merz. Umanità varia e antipasti misti. I ricordi della famiglia Ranzini partono, però, dall’inizio del secolo scorso: la zia del nonno aveva acquisito la piola delle tende verdi e preparava piatti piemontesi, sfogliando le pagine di un suo ricettario segreto. Poi l’osteria e il ricettario passarono al sig. Emilio, nel 1956, che successivamente, verso la fine degli anni ’70, quando la strada della burocrazia alimentare si era fatta troppo impervia per gli stretti spazi dell’osteria, ha dimesso la cucina classica.

Eppure frammenti di quel ricettario si trovano ancora nel menu di oggi, che è scritto sulla lavagna all’ingresso, ma per sommi capi non è difficile da ricordare: panini con l’arrosto, panini con le acciughe, panini con il prosciutto, panini con il lardo. Panini con la toma. Panini con la lingua.

“La salsa rossa, per la lingua e per il girello, sono tratte dal ricettario della zia – prosegue Mario Ranzini. Si tratta di una bollitura di peperoni, pomodori, acciughe, sedano e cipolle. Ma è storica anche la ricetta delle acciughe al verde, un’altra specialità della casa”.

Così, tra piccoli vassoi di legno e quartini di vino, i Ranzini gestiscono il posto non con la puntigliosità maniaca dei collezionisti, attenti a spolverare i bicchieri come a non sgualcire i francobolli, ma con la noncuranza attenta di chi gode delle proprie cose, al mare sulla MV Agusta di Agostini, a tavola con i piatti del servizio buono. Così, la vineria non è un museo e nemmeno potrebbe esserlo, con certi tavoli di formica dei primi anni ottanta, la boiserie dei cinquanta, i graffi di una bomba esplosa vicino alla porta d’ingresso nella seconda guerra mondiale, la stufa a cherosene, il bancone sui cui ha brindato il falegname assassino e anche il videopoker che, a dire il vero, sembra spesso infastidire i gestori.

Stratificazioni del passare del tempo, segni degli anni.Ma l’osteria che non si imbelletta rimane osteria, ed accoglie tutti. Democrazia da bar, in un posto che si chiama proprio così: Caffé Vini. Più i secondi che il primo. Non sembra si debba aggiungere molto.


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