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Salone del gusto 2006- presentazione
Pronti, via. Parte la sesta edizione del Salone del Gusto e sembra completare un ciclo iniziato dieci anni fa, quando slow-food era ancora molto “arcigola”, quando un padiglione del Lingotto era più che sufficiente a contenere un esiguo numero di laboratori del gusto in cui “mangi mentre uno ti spiega”, quando nessuno di noi, amanti del cibo, sapeva ancora che in tavola, nel proprio piatto, ci sarebbe stato spazio per ecologia e giustizia sociale, per solidarietà internazionale e per cultura agricola, spazio per il piacere “buono, pulito e giusto” che è, poi, la bandiera di questa edizione e – potete scommetterci – una ricetta di cui sentire ancora molto parlare. “Buono, pulito e giusto” diventerà – se il “piano slow-food” funziona, come ha funzionato sino a oggi - una necessità con cui confrontarsi tutti, contadini, cuochi, golosoni, e forse anche il marchio di cui diffidare, il marchio di cui migliaia di industrie alimentari vorranno appropriarsi, per dissimulare con il marketing quello che spesso non c’è dentro il loro cibo, né sapore, né rispetto per la natura, né dignità del lavoro.Le belle idee si imprimono nella mente ed è già successo con tutti gli argomenti forti dei Saloni precedenti, dall’Arca del Gusto alla biodiversità, dai Presidi alle Comunità internazionali, in uno srotolarsi di principi che non si immaginavano nemmeno, nascosti dietro un porro di Cervere o dentro un agnolotto del plin, e che sono diventati prima lavacro di peccati golosi e poi vera e propria cassazione, tanto che adesso capiamo tutti – o lo capiremo presto – che “mangiare è un atto agricolo”. Per citare Petrini, che cita il poeta contadino americano Wendell Berry.Se qualcuno pensa che tutto questo non fosse già previsto nel primo Salone, misto abbozzato di piaceri per golosi colti, sbaglia. Se qualcuno pensa che gli organizzatori del primo Salone sapessero dove sarebbero arrivati, sbaglia lo stesso. La verità è che anche questa manifestazione – nonostante la natura commerciale, di fiera di settore, come per i libri e per le auto – è a un “atto agricolo”, un seme gettato dieci anni fa e cresciuto senza la certezza di come sarebbe cresciuto, solo irrigato delle idee pazze e acute di Slow Food e dall’attenzione con cui noi tutti, che ci diciamo banalmente amanti della buona tavola, acquistiamo e mastichiamo. E, dunque, il consiglio per il Salone di quest’anno è di acquistare e masticare con attenzione, per scoprire che il nostro personalissimo e naturale “atto agricolo” è solo l’ultimo di una storia che, come un lungo spaghetto, parte dalla terra e si dipana tra le mani dei contadini, dei commercianti, dei cuochi, per finire nella nostra bocca. Ogni due anni abbiamo l’occasione di sapere un po’ di più di questa storia, di conoscere le vicende del cibo prima che sia cibo, quando ancora è natura e lavoro. Sempre per citare quel contadino poeta, questa ci sembra essere l’unica via perché “sia chi mangia sia chi è mangiato non venga esiliato dalla realtà biologica”. E, in effetti, accanto a “buono, pulito e giusto”, il tema nascosto è la conoscenza o, meglio, la formazione, perché le nostre papille conoscano e trasmettano al cervello dati molto più dettagliati di quelli che siamo abituati a registrare. Al Salone, trovate anche il tempo per quello che non si mangia, per i congressi, per i teatri del gusto, per i film e per i documentari, perché abbiamo la sensazione che, da lunedì, mangiare sarà (almeno un po’) più impegnativo, sarà più interessante.
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