Borgodora
Quanto manca alla resa definitiva del Balôn, quanto prima che scompaia, sradicata dal cuore sofferente del Borgo Dora, anche l’ultima osteria, cassaforte delle storie millenarie di un quartiere mai troppo fortunato?Per avvertire la tensione del conto alla rovescia, andate a respirare aria rarefatta di piola vera, senza lasciare che cibo e vino vi distraggano dal racconto di una lotta antica tra il quartiere e la sorte, che lo ha voluto far crescere innaffiato dal fiume sbagliato. Nella notte dei tempi, il borgo è nato come ti insegnano nei libri di scuola: sulle rive di un fiume, attorno a un ponte di pietra, lungo la via tra un accenno di Torino e il resto del mondo ma, proprio per questo, confinato come un segno del destino, appena fuori le mura. E così il quartiere e la città sono cresciuti vicini ma non propriamente insieme, come se Torino guardasse dalle mura verso il naturale avvallamento che ancora oggi raccoglie il borgo, tenendosi un po’ sulle sue. La città è dieci volte più grande e delle antiche mura non resta che qualche mattone, eppure nel pieno centro di Torino, il Balon continua ad essere periferia; verrebbe da dire frontiera. Case di due piani si affacciano su Via Borgo Dora come saloon sulla main street, ma poi scopri che, anziché scenografie da film western, sono abitazioni del sette e ottocento sottoposte a vincoli architettonici. Nessuno se ne preoccupa e anzi, quando lo storico acciottolato, in un rigurgito di orgoglio, spacca il cemento e cerca una ribellione, puntualmente gli operai del comune l’annegano in una colata di catrame. Restaurazione. Dall’altra parte di Corso Regina, invece, dentro le mura, Porta Palazzo si fa quasi bella di cubetti di porfido e luci di locali alla moda. Restauro. Naturale che gli abitanti del Balon si sentano abbandonati: i torinesi provano per loro un interesse, quasi turistico da gita fuori porta, che si consuma nella seconda domenica di ogni mese quando centinaia di persone, incuriosite da un folclore moderno, sgomitano tra i banchi del Gran Balon. Chissà se sanno che proprio il punto dove finisce il mercato avrebbe potuto, nel 1852, ingoiarsi l’intero centro di Torino se non fosse stato per l’intervento di due tra i personaggi che la toponomastica ha reso coordinate di Tutto Città. D2, Paolo Sacchi evitò che una esplosione all’interno della polveriera che si trovava di fronte all’attuale Arsenale della Pace, si propagasse sino al deposito principale farcito di quarantamila chili di polvere da sparo pronti a squassare la città. Si narra che affrontò l’incendio con il coraggio degli eroi e il cappello di Don Bosco ( F5) come secchio.Ma, se la grande fiera è una felice e commerciale trovata del 1985, le (a volte) buone cose di (spesso) pessimo gusto trovano vetrine a cielo aperto e nuove case dove impolverarsi nel mercanteggiare quotidiano per i saliscendi del Borgo Dora, sin dal 1° luglio 1856. E prima ancora del mercato dei cenci il quartiere ha ospitato un colorato, belante, grugnente e muggente mercato del bestiame che ha lasciato il ricordo di sé nell’architettura delle case dai portoni ampi, per il passaggio dei carretti, e dalle numerose stanze strette delle antiche locande ora abitate da nuovi forestieri. L’oste del Valenza, dotato di una certa memoria storica, o per cultura e vita o per la storia che abita tra i muri di una osteria di quasi duecento anni e che quotidianamente respira, parla della immigrazione dagli altri continenti come di una delle tante che hanno coinvolto Torino. Poveri sostituiscono poveri nelle stesse vecchie case del Borgo Dora, primo chiodo di una traballante scalata sociale. Commercialmente è un disastro: i nuovi immigrati, lontani mille miglia anche solo dall’idea di consumismo che nutre i negozi del centro, acquistano lo stretto necessario, molto più stretto del nostro, per regalare alla famiglia, distante almeno un Mar Mediterraneo, il tenore di vita che loro non hanno. Così, l’esteta scorsa ha per sempre abbassato le serrande l’ultimo vecchio negozio del Borgo Dora, una secolare rivendita di scope di saggina.Il quartiere lentamente va in pensione e sono pochi i giovani che investono sulla risorse di queste quattro vie; nascono negozi di prodotti alimentari magrebini, macellerie arabe e afroparrucchieri che non portano, però, grande ricchezza.Eppure il tentativo di convivenza pare più riuscito che altrove; forse perchè, come dice Walter Braga, il saggio oste di cui abbiamo detto, qui esiste una certa solidarietà di quartiere, più forte delle differenze culturali, che è evidente a tutti gli abitanti ma non agli altri torinesi che temono le colonne d’Ercole di Piazza della Repubblica. Oltre non ci sono, ovviamente, fragorose cascate ma un carnevale di personaggi e una enciclopedia di storie da sentirsi raccontare. Appena fuori le mura ci sono ancora i resti dei mulini che regalavano al quartiere la fatica ma anche la vitalità del lavoro, le tracce dei canali che portavano acqua alle fabbriche e ancora la suggestione di San Pietro in Vincoli, cimitero sconsacrato per i condannati a morte. Ci sono le storie a vapore della Torino-Ceres, quelle in scatola di Francesco Cirio che per primo, in una camera in affitto di Via Borgo Dora 32, inscatolò piselli per venderli in gennaio, quella dell’ingegner Mosca che per tranquillizzare i torinesi sulla solidità del suo ponte, ci mangiava sotto con tutta la famiglia.Ci sono soprattutto le storie meno famose di personaggi da ventre di Torino: le vite di Ratass, del suo amico bohemien, di Beppe ‘l Nasun e dell’oste a cui piace raccontarle; come se tutto un quartiere fosse aggrappato alla sua memoria. E alle sue parole.
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