Cheese 2005
Dunque, il tempo dei formaggi è arrivato. Apre oggi a Bra, ore 16,30, per proseguire sino a lunedì sera, la quinta edizione di “Cheese, le forme del latte”, che quest’anno assumono per lo più il sapore selvatico di quello di capra, issato a vessillo dell’intera manifestazione. Naturalmente, a corollario della bandiera, ci saranno centinaia di produttori, centinaia di formaggi, decine di manifestazioni, laboratori e convegni, e verosimilmente migliaia di persone. Così, per evitare di farsi travolgere da gourmet sovraeccitati, per evitare di comprare a Bra la toma del paese dove avete appena trascorso le vacanze e lasciare su qualche bancarella il raro formaggio di Yak degli altopiani del Tibet, servirà un minimo di applicazione didattica perché se c’è un tempo per crapulare senza ritegni e uno per studiare, c’è anche un tempo per muovere le fauci con saggezza e ritmo serrato.A noi succede questo: l’abbondanza dell’offerta ci rende frenetici e ansiosi di correre tra un assaggio e l’altro, tra un abbinamento e l’altro come bambini da Fao Schwarz a New York, ma dopo molte edizioni abbiamo raggiunto la consapevolezza che tutto non si può mangiare. La parola d’ordine è fare delle scelte perché alcuni tram caseari passano da Bra solo una volta. Per acclimatarsi con la manifestazione e capire che cosa andare a cercare al Grande mercato dei formaggi di piazza XX Settembre, un buon campo base è la Gran Sala del Formaggio, nel portico del mercato di corso Garibaldi, dove degustare tutti i Dop e gli IGT d’Europa abbinati a oltre mille etichette di vino. Da lì, frequenti escursioni lungo via Prìncipi di Piemonte, dove sono raccolti i Presidi Slow Food italiani ed internazionali, verso la piazza della Birra in corso Cottolengo dove alcuni dei più significativi birrifici artigianali italiani propongono le loro birre non pastorizzate, (con la possibilità di abbinarvi la vera pizza napoletana in arrivo da Castellamare di Stabia) oppure lungo la strada dei pastori in via Marconi dove i casari di tutta Italia mettono in mostra i loro introvabili prodotti. Poi, in ordine sparso, puntate verso il Morlacco del Grappa, testimone della produzione di latte delle residue 270 vacche burline trevigiane, verso il Monte Veronese di malga, prodotto con latte d’alpeggio, verso il Pecorino dei Monti Sibillini, che combatte un’impari lotta contro l’omonimo prodotto industriale, verso il Montébore, strappato all’estinzione da Carolina Bracco, ultima depositaria del sapere della produzione. Da Cheese non si riporta a casa alcuna morale, solo qualche borsa di formaggio e il sapere che permette di distinguere un caprino vero da ciò che, con lo stesso nome, occhieggia nel banco frigo del supermercato. Si chiama caprino ma, inspiegabilmente, spesso è solamente un formaggio vaccino fresco dalla forma cilindrica e ingannatrice.
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