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I genitori si preoccupano sempre. Anche quelli di Cavour. Questa è una lettera che suo padre scrisse alla moglie: "Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè. Non c'è stato modo di fargli mangiar altro!". Già da queste sue abitudini alimentari si sarebbe potuta intuire che Cavour sarebbe stato una presenza ingombrante non solo negli equilibri politici ma anche in quelli gastronomici. E così, non pare strano, sfogliando tra i menu secolari del Cambio -che certo è il suo ristorante- tra gli asperges à la milanaise e il tournedos primeur, preparati per il pranzo di nozze di tali Irene Franchini e Mario Ceretti, 15 maggio 1912, o tra la crema di pollo alla vittoria e la trota salmonata in salsa olandese, nozze Lidia e Leone, 7 dicembre 1913, trovare anche il risotto o le scaloppine di vitello alla Cavour. Il primo piatto, tipicamente piemontese e dalla notorietà ristretta dentro le mura di Torino è un risotto mantecato con vino bianco e uova in camicia, che pare sia stato per anni specialità del Cambio ma di cui non abbiamo né ricordo gustativo né conoscenza. Le guarnizioni alla Cavour, invece, sono ben codificate dalla cucina internazionale. Come recita la Grande enciclopedia illustrata della Gastronomia (Marco Guarnaschelli Gotti, ed. Mondatori), “una prima guarnizione accompagna scaloppine di vitello o fette di animella brasate e consiste in fettine di polenta di farina gialla fritte o infornate, su cui vengono messe le fette di carne, ricoperta dal fondo di cottura deglassato.” L’altra, che accompagna grossi tagli di carne arrostita consiste in crocchette di semolino fritte. Ma i piatti della trattoria Da Camillo non sono terminati: Alberto Capatti dà conto di come ne “Il Gastronomo Moderno” di Borgarello siano ricompresi cinque piatti “alla Cavour”: un potage, crema di riso al brodo con tuorlo, una tête de veau (testina di vitello con olive, crostini e pomodori), un cappone, un gelato al limon, vero limon, e un detestabile pudding di riso. Poi, in ordine sparso, ricordiamo gli agnolotti e la finanziera alla Cavour. Se davvero gradiva tutte queste preparazioni e le richiedeva assiduamente tanto da associarne per sempre la ricetta al nome, ci viene il legittimo sospetto che lo statista passasse molto del suo tempo seduto al tavolo. Da pranzo. Ciò, probabilmente, è vero anche se, nei turbinosi anni intorno all’Unità d’Italia, era un vezzo francese, e una moda europea, dedicare i piatti ai personaggi o agli eventi storici. Aggettivi che, senza troppo sforzo, regalavano alla ricetta nobiltà e, in fondo, individuando una data di nascita, anche tipicità. Moda o non moda, quell’uomo mangiava che era uno spettacolo. La storia dice che era talmente convinto delle virtù diplomatiche di un buon pranzo e di una buona bottiglia che, quando un suo diplomatico partiva per una capitale straniera, si accertava che nel bagaglio ci fosse anche qualche bottiglia di Barolo. In fondo, questo è marketing del territorio. Quasi come la Presidente Bresso con lo spumante Alta Langa…Non per nulla Cavour fu anche un rivoluzionario del vino, contribuendo con il suo enologo e conte, il francese Louis Oudart, a regalare al Barolo una dignità da gran vino e producendo lui stesso, nelle tenute di Grinzane (non ancora) Cavour un vino di qualità tale da competere con i prestigiosi Bordeaux e Borgogna. Chiudiamo come si deve chiudere: la sera del 29 aprile 1859, dopo avere respinto l'ultimatum dell'Austria e proclamato la guerra, il conte di Cavour disse: "Alea iacta est (oggi abbiamo fatto la storia) e adesso andiamo a mangiare". Obbediamo.Cavallito & Lamacchiawww.cavallitoelamacchia.com

 
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